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Intelligenza artigianaleCinese online con Simon Luo Wei

Che cos'è il linguaggio · Capitolo 2 di 5

异同 yìtóng Le diversità

Un solo mondo, settemila lingue

Se la realtà è una sola, perché le lingue la dividono in modi così diversi?

Tutti gli esseri umani vivono sotto la stessa gravità, distinguono il giorno dalla notte, hanno fame, contano, si innamorano. Eppure le lingue organizzano parole e grammatiche in modi sorprendentemente diversi. La spiegazione non sta in un solo fattore, ma in una catena: che cosa conta per chi parla, che cosa si nota, che cosa si dice spesso, che cosa la storia ha già lasciato in eredità.

In breve

  1. Vincoli comuni non significano un'unica soluzione: la stessa realtà ammette molte grammatiche efficaci.
  2. Ciò che una lingua distingue con cura riflette spesso ciò che conta nella vita di una comunità; ma una distinzione importante non diventa per forza grammatica.
  3. Le grammatiche nascono da scelte espressive ripetute, selezionate dall'equilibrio tra chiarezza e fatica, e trasmesse di generazione in generazione.
  4. La storia pesa: ogni lingua cambia a partire da ciò che già è, e conserva forme che nessuna esigenza attuale spiega.

La lezione degli architetti

Una cattedrale gotica, la Città proibita di Pechino e un grattacielo d'acciaio obbediscono alle stesse leggi della fisica: gravità, resistenza dei materiali, stabilità. Le loro soluzioni sono però diversissime: le volte e gli archi rampanti di pietra; le mensole di legno a incastro, i dougong 斗拱, che reggono i grandi tetti cinesi; le travi d'acciaio. Vincoli comuni non significano una soluzione unica: materiali, tecniche, funzioni e tradizioni scelgono, tra le soluzioni possibili, quelle che diventano un'architettura.

Con le lingue accade qualcosa di simile. Quando una persona sposta un oggetto da un luogo a un altro, l'evento ha sempre un agente, un oggetto, un'origine, un percorso e una meta, in qualunque lingua lo si racconti. Ma le lingue scelgono che cosa dire, e come dirlo.

Una bottiglia entra galleggiando in una grotta: come lo dicono quattro lingue
LinguaFraseDove sta il «come»Dove sta il «dove»
IngleseThe bottle floated into the cave.Nel verbo: floated, «galleggiò»In una preposizione: into, «dentro»
ItalianoLa bottiglia è entrata nella grotta galleggiando.In un gerundio aggiunto: galleggiandoNel verbo: è entrata
SpagnoloLa botella entró en la cueva flotando.In un gerundio aggiunto: flotandoNel verbo: entró
Cinese瓶子漂进了山洞。 Píngzi piāo jìn le shāndòng.In un primo verbo: 漂 piāo, «galleggiare»In un secondo verbo: 进 jìn, «entrare»

Il linguista americano Leonard Talmy ha mostrato che alcune lingue, come l'inglese o il tedesco, mettono di preferenza il modo del movimento nel verbo e la direzione in una particella; altre, come l'italiano e lo spagnolo, mettono la direzione nel verbo e affidano il modo a un'aggiunta, spesso omessa.nota 1 Il cinese, che combina due verbi nello stesso predicato, sta in mezzo, e lo psicolinguista Dan Slobin lo ha descritto come un terzo tipo, «equipollente».nota 2 Per Slobin ogni lingua allena chi la parla a un certo modo di «pensare per parlare»: prima di aprire bocca bisogna decidere che cosa la propria lingua chiede di dire.nota 3

La domanda giusta, allora, non è soltanto perché le lingue abbiano ordini delle parole diversi, ma: quali informazioni offre la realtà, che cosa rende alcune più degne di essere dette, e perché certe abitudini espressive si sono fissate in regole in alcune lingue e non in altre.

Tre strati di realtà

Parlare di «realtà» come di un blocco unico confonde le idee. Conviene distinguere almeno tre strati, collegati ma diversi.

  1. La realtà fisica e biologica. Gli oggetti stanno nello spazio, gli eventi si succedono nel tempo, i corpi percepiscono e agiscono in certi modi. È la base di molte parole per lo spazio, il movimento, il tempo. Ma che una relazione esista non obbliga una lingua a marcarla con la grammatica: ogni evento accade nel tempo, eppure il cinese non coniuga i verbi secondo i tempi come l'italiano.
  2. La realtà delle relazioni tra gli organismi e l'ambiente. La stessa pianta è cibo per un animale, riparo per un altro e, per gli esseri umani, medicina, legname, merce o simbolo. Lo psicologo James Gibson chiamava affordance ciò che un ambiente offre a chi vi agisce:nota 4 il significato delle cose dipende anche da ciò che possiamo farne.
  3. La realtà sociale e istituzionale. Il denaro, il matrimonio, una scuola, un titolo di studio esistono perché una comunità li riconosce. Il filosofo John Searle ha mostrato come questi «fatti istituzionali» siano costruiti in larga parte proprio dal linguaggio:nota 5 promettere, battezzare, nominare, dichiarare aperta una seduta sono azioni che si compiono con le parole, come aveva capito John Austin.nota 6

Il terzo strato spiega perché tante lingue hanno sistemi raffinati di cortesia. Il giapponese e il coreano possiedono interi registri grammaticali di rispetto; il cinese distingue 你 nǐ e 您 nín, «tu» e «Lei», e soprattutto ha un lessico della parentela di grande precisione: il fratello maggiore, 哥哥 gēge, non è il minore, 弟弟 dìdi; il fratello maggiore del padre, 伯伯 bóbo, non è il minore, 叔叔 shūshu, né il fratello della madre, 舅舅 jiùjiu. Charles Kemp e Terry Regier hanno mostrato su Science che i sistemi di parentela delle lingue del mondo, per quanto diversi, sono quasi tutti vicini al miglior equilibrio possibile tra semplicità e precisione.nota 7

Che cosa merita una parola

Tra la realtà e la lingua c'è un filtro decisivo: la rilevanza per la vita umana. L'acqua ha innumerevoli proprietà fisiche e chimiche, ma per noi è anche da bere, per lavare, per irrigare, per navigare; ogni uso la fa entrare in un'attività diversa, con parole diverse. Conviene distinguere tre cose: le proprietà naturali di una cosa; la sua rilevanza per l'azione, cioè a che cosa serve; la sua rilevanza per la comunicazione, cioè quali differenze occorre trasmettere spesso agli altri. Non coincidono: una proprietà fondamentale per la scienza può non entrare mai nel parlare quotidiano, e una piccola differenza sociale può ricevere un'espressione elaborata.

Un esperimento mentale aiuta. Immaginiamo che gli esseri umani non avessero bisogno di mangiare. Piante e animali esisterebbero comunque, e potremmo classificarli per altre ragioni; ma cucina, ristoranti, mercati alimentari e galateo della tavola perderebbero importanza. Le conseguenze sulla lingua non sarebbero soltanto qualche nome in meno: verrebbero meno intere famiglie di distinzioni, il crudo e il cotto, il tenero e il duro, i modi di cuocere, le porzioni, l'ordine delle portate, chi si serve per primo. Il cinese, per esempio, distingue con verbi diversi il saltare in padella, 炒 chǎo, la cottura a fuoco vivissimo in pochi istanti, 爆 bào, lo stufare a lungo, 炖 dùn, e la cottura al vapore, 蒸 zhēng. Eppure un bisogno non crea da solo una categoria grammaticale: quasi tutto ciò che riguarda il cibo si dice con parole e frasi comuni.

Lo studio

Gli odori hanno un nome, se parli la lingua giusta

Nel 2014 Asifa Majid e Niclas Burenhult hanno chiesto a parlanti di jahai, una lingua di cacciatori-raccoglitori della penisola malese, e a parlanti di inglese di dare un nome a odori e colori. Gli anglofoni nominavano i colori con facilità, ma per gli odori ricorrevano a lunghe descrizioni legate alla fonte, come «sa di banana» o «sa di fumo». I parlanti jahai usavano termini astratti per gli odori con la stessa facilità e la stessa concordanza con cui nominavano i colori.nota 8

Il limite. Mostra che un'esperienza sensoriale comune non produce di per sé categorie linguistiche comuni; non dimostra, da solo, quale aspetto della vita jahai abbia prodotto questa ricchezza di termini.

Dire e pensare: quanto conta la grammatica?

Se le lingue chiedono di dire cose diverse, chi le parla pensa in modo diverso? È la vecchia questione della «relatività linguistica», e le ricerche danno una risposta più precisa di un sì o di un no.

Nel 2011 Caitlin Fausey e Lera Boroditsky hanno mostrato a parlanti di inglese e di spagnolo filmati di piccoli incidenti, intenzionali e accidentali. Per gli eventi intenzionali entrambi i gruppi nominavano l'autore; per quelli accidentali gli anglofoni usavano più spesso frasi con un agente, come «ha rotto il vaso», mentre gli ispanofoni preferivano forme come se rompió, «si è rotto». In un successivo test di memoria, non verbale, gli anglofoni ricordavano meglio chi avesse causato gli incidenti accidentali.nota 9 Nel 2002, però, Anna Papafragou, Christine Massey e Lila Gleitman avevano confrontato parlanti di inglese e di greco su eventi di movimento: le loro descrizioni differivano come prevedeva Talmy, la loro memoria e le loro classificazioni non verbali no.nota 10

I due risultati non si contraddicono: riguardano eventi, compiti e misure diversi. Insieme suggeriscono che le abitudini di una lingua possono orientare l'attenzione e la memoria in certi compiti, senza costruire una prigione per il pensiero. Anche il cinese ha offerto una lezione di metodo. Nel 2001 uno studio molto citato sostenne che i parlanti di mandarino pensino il tempo in verticale, perché chiamano il mese scorso 上个月, «il mese di sopra», e il prossimo 下个月, «il mese di sotto»;nota 11 ma diversi tentativi di replicarlo non hanno trovato l'effetto, e il dibattito è rimasto aperto.nota 12 In questo campo gli effetti esistono, ma sono più piccoli e più selettivi di quanto le idee affascinanti lascino sperare.

Un caso più solido riguarda i numeri. In cinese «undici» si dice 十一, «dieci-uno», e «ventitré» 二十三, «due-dieci-tre»: il sistema è perfettamente regolare. In uno studio del 1995 i bambini cinesi in età prescolare imparavano a contare oltre il dieci prima e con meno errori dei coetanei americani, alle prese con eleven, twelve, thirteen, mentre fino a dieci i due gruppi non differivano.nota 13 La lingua, qui, non cambia il pensiero numerico: ne rende più facile l'apprendimento.

Dalla scelta alla regola: come nasce una grammatica

Un'abitudine espressiva diventa una regola solo se supera tre prove: deve permettere a chi ascolta di ricostruire il senso; non deve costare troppa fatica a chi parla e a chi impara; deve potersi estendere a situazioni nuove. Le tre esigenze a volte vanno d'accordo, a volte no.

Un esempio è il modo in cui le lingue indicano chi fa l'azione e chi la subisce. Una lingua con un ordine delle parole fisso, come l'italiano o il cinese, lo segnala con la posizione; una lingua con un ordine libero, come il latino o il russo, ha bisogno dei casi. Nel 2020 Maryia Fedzechkina e Florian Jaeger hanno insegnato in laboratorio lingue artificiali con o senza ordine fisso, e con desinenze di caso più o meno costose da produrre: quando produrle costava fatica, gli studenti modificavano spontaneamente la lingua che stavano imparando, tralasciando i casi dove l'ordine delle parole bastava e conservandoli dove l'ordine era libero.nota 14 Nessuno aveva insegnato loro a farlo: stavano bilanciando, senza saperlo, chiarezza ed economia.

Simon Kirby e colleghi hanno osservato qualcosa di simile attraverso più generazioni. Facendo imparare una lingua inventata a un partecipante, poi la sua versione al successivo, e così via, hanno visto che la sola pressione dell'apprendimento rende la lingua più semplice, fino a farle perdere distinzioni utili; la sola pressione della comunicazione la mantiene espressiva ma disordinata; le due insieme producono una struttura composizionale, fatta di parti che si ricombinano.nota 15 La regolarità di una grammatica ha un doppio valore: alleggerisce la memoria e permette di dire cose nuove con mezzi finiti. È ciò che molti studi riassumono nell'idea di efficienza comunicativa.nota 16

  1. Il mondo ciò che esiste e accade

    Oggetti nello spazio, eventi nel tempo, corpi che percepiscono, relazioni, istituzioni.

  2. La rilevanza ciò che conta per vivere e agire

    Che cosa si mangia, si usa, si teme, si scambia: il significato delle cose per chi le incontra.

  3. La comunicazione ciò che occorre dire spesso

    Le differenze che bisogna trasmettere agli altri ogni giorno, e quelle che si possono tacere.

  4. L'abitudine come lo dice una comunità

    Una scelta espressiva tra le molte possibili, ripetuta finché diventa normale.

  5. La regola ciò che supera tre prove

    Chiara per chi ascolta, economica per chi parla e impara, estendibile a casi nuovi: una grammatica.

E ritorno. La lingua ricevuta orienta ciò che la generazione successiva nota, considera rilevante e dice.

Figura Dal mondo alla grammatica: una catena di filtri, non una linea diretta. E le frecce non vanno in un solo senso: la lingua ricevuta orienta, a sua volta, ciò che le generazioni successive notano e dicono.

Parole che diventano regole

Un altro meccanismo lo conosce bene chi studia la storia delle lingue: parole con un significato concreto, usate spesso in certi contesti, perdono a poco a poco il loro senso pieno e diventano strumenti grammaticali. È la grammaticalizzazione.nota 17

Il francese pas, oggi segno di negazione, è in origine il «passo»: je ne marche pas voleva dire «non cammino neanche di un passo». L'uso rafforzativo si è esteso ad altri verbi, si è svuotato e infine è diventato la negazione normale; nel francese parlato il vecchio ne sta addirittura scomparendo.nota 18 L'italiano ha un fratello di pas: «non ho mica fame», dove mica è la «briciola» latina.

Il cinese offre alcuni degli esempi più studiati al mondo.nota 19 La particella 了 le, che segnala un'azione compiuta, viene dal verbo 了 liǎo, «finire»; 被 bèi, che forma il passivo, significava «subire», e ancora oggi il passivo cinese si usa soprattutto per eventi spiacevoli;nota 20 把 bǎ, che porta l'oggetto prima del verbo, voleva dire «afferrare, tenere in mano».

Nel cinese

明月几时有?把酒问青天

míngyuè jǐ shí yǒu? bǎ jiǔ wèn qīngtiān · da quando c'è la luna splendente? Con il vino in mano, lo chiedo al cielo azzurro

Nel 1076 il poeta Su Shi apriva così una delle liriche più amate della letteratura cinese.nota 21 Qui 把 è ancora un verbo pieno: «tenere in mano». Oggi, nella frase 我把杯子打碎了, «ho rotto il bicchiere», lo stesso carattere è diventato uno strumento grammaticale che sposta l'oggetto prima del verbo. Tra Su Shi e lo studente di oggi c'è un intero processo di grammaticalizzazione, leggibile in due versi.

La lezione è sottile: per spiegare il francese pas non serve supporre che i francesi del Medioevo tenessero in modo particolare alla negazione. Ciò che si può ricostruire, nei testi, è l'evoluzione di parole precise in contesti precisi. La grammatica non si spiega con i grandi tratti di una cultura, ma con la microstoria delle espressioni.

La storia pesa

Due lingue sottoposte alle stesse pressioni non arrivano per forza allo stesso risultato, perché nessuna generazione parte da zero: impara la lingua che trova, e la cambia a partire da lì. È ciò che gli economisti chiamano «dipendenza dal percorso».

I colori ne sono un buon esempio. Gli esseri umani vedono i colori con lo stesso apparato, ma le lingue tagliano lo spettro in un numero di categorie diverso e con confini diversi. Nel 2024 Colin Twomey, David Brainard e Joshua Plotkin hanno mostrato su PNAS che, oltre ai vincoli della percezione e all'efficienza della comunicazione, conta il sistema di nomi già esistente: da esso dipende dove compariranno le categorie nuove, al punto che dalla struttura attuale si può risalire alla storia.nota 22 Il cinese classico usava 青 qīng per una gamma che va dal blu al verde, come in 青天, «il cielo azzurro», e in 青草, «l'erba verde»; il cinese moderno distingue di solito 蓝 lán, blu, e 绿 lǜ, verde, ma quel 青 antico sopravvive in decine di parole.

E ci sono forme che nessuna esigenza attuale spiega. In tedesco il cucchiaio è maschile, der Löffel, la forchetta femminile, die Gabel, il coltello neutro, das Messer: nulla, nelle posate, lo giustifica. Una teoria che volesse spiegare ogni categoria grammaticale con un bisogno o con un'attenzione culturale non potrebbe fare previsioni verificabili. Le grammatiche contengono funzioni, convenzioni ed eredità, e una buona teoria deve spiegarle tutte e tre. Per questo Nicholas Evans e Stephen Levinson hanno criticato nel 2009 il «mito» degli universali linguistici assoluti: le somiglianze tra le lingue sono tendenze, spesso forti, non leggi senza eccezioni.nota 23

Quando la grammatica torna sulla mente

Una lingua, una volta formata, diventa parte dell'ambiente di chi la impara. Alcune lingue obbligano a indicare se un fatto lo si è visto con i propri occhi o lo si è saputo da altri; altre, il numero degli oggetti, o il rango di chi ascolta. Conviene però distinguere tre livelli di effetto: il vincolo espressivo, cioè ciò che una frase deve contenere per essere corretta; l'abitudine di elaborazione, cioè ciò che, a forza di dirlo, si nota più facilmente; l'effetto generale sul pensiero non verbale. Il primo è certo, il secondo documentato in alcuni compiti, il terzo il più discusso.

Chi parla una lingua senza tempi verbali ragiona benissimo sul passato e sul futuro; chi parla una lingua senza genere grammaticale descrive senza difficoltà il genere delle persone; chi non ha marcatori obbligatori della fonte distingue ugualmente tra ciò che ha visto, ciò che ha sentito dire e ciò che ha dedotto. La grammatica non è una prigione: è un'abitudine di attenzione.

Si dice«Il cinese non ha grammatica.»

In realtàIl cinese non ha coniugazioni né declinazioni, ma ha una grammatica ricca: un ordine delle parole che porta significato, particelle che indicano l'aspetto dell'azione, come 了 e 过, classificatori obbligatori tra numero e nome, verbi in serie e complementi di risultato, una struttura per tema e commento che mette in testa alla frase ciò di cui si parla.nota 20 Chi lo studia scopre presto che la grammatica, uscita dalla porta delle desinenze, rientra dalla finestra dell'ordine delle parole.

In pratica

Che cosa cambia per chi impara

  • Quando il cinese chiede informazioni diverse dall'italiano, non tradurre parola per parola: chiediti quali informazioni vuole la frase cinese, e in quale ordine.
  • Impara le costruzioni intere, non solo le parole: 漂进, «entrare galleggiando», o 打碎, «rompere colpendo», sono il modo cinese di dire insieme il movimento e il risultato.
  • Usa la storia per ricordare: sapere che 了 viene da «finire» e 把 da «afferrare» rende le regole meno arbitrarie.
  • Diffida delle spiegazioni troppo belle: «i cinesi pensano così perché la loro lingua…» va sempre verificato.

Mettiti alla prova 3 domande

  1. Come dice il cinese che una bottiglia «entra galleggiando» in una grotta?

    Mostra la risposta

    Con due verbi in fila: «galleggiare» ed «entrare». 漂进 piāo jìn: il modo e la direzione stanno in due verbi dello stesso predicato. È il tipo «equipollente» descritto da Slobin.

  2. Che cosa ha mostrato l'esperimento di Fedzechkina e Jaeger con le lingue artificiali?

    Mostra la risposta

    Che, se i casi costano fatica, gli studenti li tralasciano dove l'ordine delle parole basta. Senza saperlo, gli studenti bilanciavano chiarezza ed economia: un meccanismo che può spiegare come cambiano le grammatiche.

  3. Da quale significato originario viene la particella 了 le?

    Mostra la risposta

    «Finire». Dal verbo 了 liǎo, «finire»: un caso classico di grammaticalizzazione, come il francese pas dal «passo».

Per andare a fondo

  • Libro

    Guy Deutscher, La lingua colora il mondo, Bollati Boringhieri, 2013. Colori, spazio e genere grammaticale: la relatività linguistica raccontata con rigore e ironia.

  • Grammatica

    Charles N. Li e Sandra A. Thompson, Mandarin Chinese: A Functional Reference Grammar, University of California Press, 1981. La grammatica di riferimento del cinese moderno, costruita a partire dall'uso.

  • Rassegna

    Edward Gibson et al., How efficiency shapes human language (si apre in una nuova scheda), Trends in Cognitive Sciences, 2019. Che cosa significa che le lingue sono «efficienti».

  • Saggio

    Nicholas Evans e Stephen C. Levinson, The myth of language universals (si apre in una nuova scheda), Behavioral and Brain Sciences, 2009. La diversità delle lingue come problema centrale delle scienze cognitive.

Bibliografia di questo capitolo 24 opere e fonti citate

Ogni affermazione rimanda, con un numero, alla sua nota; ogni nota porta qui. Gli studi sono citati dalla pubblicazione originale; le prepubblicazioni non ancora sottoposte a revisione sono indicate come tali. Le traduzioni dall'inglese e dal cinese sono di Simon Luo Wei. Dati e collegamenti controllati a ottobre 2026. La bibliografia completa della sezione è nella pagina introduttiva.

Testi classici e documenti storici

  • Su Shi, Shuidiao getou Su Shi 苏轼. «Shuidiao getou» 水调歌头 [Sull'aria «Shuidiao getou»], 1076. In Zou Tongqing 邹同庆 e Wang Zongtang 王宗堂 (a cura di), Su Shi ci biannian jiaozhu 苏轼词编年校注, Pechino, Zhonghua shuju, 2002.

Studi

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  • Twomey, Brainard e Plotkin 2024 Twomey, Colin R., David H. Brainard e Joshua B. Plotkin. 2024. «History Constrains the Evolution of Efficient Color Naming, Enabling Historical Inference». PNAS 121 (10): e2313603121. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)

Testi a cura di Simon Luo Wei, su studi pubblicati in riviste scientifiche internazionali e su meta-analisi; dati e collegamenti controllati a ottobre 2026.

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